SICUREZZA COME BENE COLLETTIVO: UN IMPEGNO PER LA CERTEZZA DELLA PENA.

SICUREZZA COME BENE COLLETTIVO: UN IMPEGNO PER LA CERTEZZA DELLA PENA.

A cura di Andrea Amata – Le norme per essere efficaci devono essere rispettate nella loro espressione vincolante perché «poste» (diritto positivo) dall’autorità creatrice del diritto. L’elasticizzazione dell’osservanza delle norme contribuisce a rendere l’autorità creatrice, cioè lo Stato, poco credibile e meno capace di promuovere la deterrenza. La mancata certezza della pena diffonde infatti un senso di impunità: l’influenza dissuasiva sui comportamenti devianti non si realizza se la sanzione è aggirabile ovvero quando decretata la si revoca come nella circostanza dell’indulto. Il comportamento illecito si sente incentivato dal profilo premiante che assumono certi interventi del legislatore. Per i cittadini è ormai attecchita la consapevolezza che la certezza della pena non è attuata, esiste solo la certezza che nelle patrie galere non si resta. Pertanto, si diffonde un senso di impunità inquietante per la comunità, che rivendica un più intenso investimento politico sul fronte della sicurezza.
Lo Stato ha la necessità di recuperare la propria autorevolezza, sopprimendo il singhiozzo della legalità che deve contrassegnarsi sempre di più per la sua ferma continuità. L’atteggiamento dell’autorità costituita nei confronti della criminalità e degli abusi non può avere alternative alla «tolleranza zero». Soprattutto verso la cosiddetta microcriminalità, il cui prefisso non deve tradire una minimizzazione del fenomeno, essendo l’aggregato delittuoso più esteso che colpisce le fragilità sociali come gli anziani.
La sinistra, dinanzi alla violazione della legge, tende ad interrogarsi sulle motivazioni che hanno condotto a delinquere, come se le responsabilità individuali potessero diluirsi in una responsabilità oggettiva. Questo è un lascito del «sessantotto», di una cultura proiettata a giustificare la violazione delle regole, in quanto dipendente da fattori sociali che condonano l’individuo. Dovremmo, invece, evitare che la giustizia si addormenti. L’indulto è stato motivato come misura per deflazionare l’affollamento carcerario. Invece, oltre a rimettere in libertà delinquenti incalliti e recidivi, produce l’effetto di consolare la disobbedienza alle leggi, trasmettendo segnali di indulgenza nei confronti dei delinquenti.

I criminali escono dalla finestra dell’indulto per rientrare più di prima nelle carceri dal portone di un’illegalità dilatata. Quindi, al provvedimento di clemenza si associano tre effetti nefasti: spopolamento transitorio delle carceri, ripopolamento nelle città di soggetti pronti a delinquere e incoraggiamento alla criminalità nella quale attecchisce l’aspettativa di ulteriori benefici, per cui si delinque e si ritorna nelle galere lasciate, transitoriamente, socchiuse perché sature e gremite. Possiamo affermare che l’indulto determina un’eterogenesi dei fini in quanto, pensato per affrontare un’esigenza di incapienza carceraria, ne sovraccarica il volume di detenuti con la spirale di illegalità che può innescare. Di conseguenza l’indulto si ritorce contro i cittadini, esposti a maggiore insicurezza percepita e reale e contro le motivazioni dei suoi promotori, che, volendo alleggerire le carceri, le hanno appesantite di nuovi ospiti attirati dalla mitezza e dalla compiacenza delle regole.
La cultura della tolleranza non può divenire l’alibi per affievolire la reazione pubblica all’illecito.

La sicurezza è un bene collettivo che dobbiamo inserire fra le priorità dell’agenda politica, perché da essa ricaviamo l’esercizio dei nostri diritti e delle nostre libertà.
In conclusione, svuotare le carceri con provvedimenti premiali significa aderire ad una concezione idraulica della giustizia, che si limita a sturare l’otturazione derivante dalla traboccante residenzialità carceraria. Indulto e misure analoghe rappresentano una resa incondizionata dello Stato con la certificazione di una impotenza nella gestione del fenomeno carcerario.
Come se la criticità della carenza di posti letto negli ospedali si potesse risolvere con il congedo coatto dei ricoverati, reintroducendo alla vita quotidiana persone ancora non riabilitate sanitariamente che verrebbero esposte alla reiterazione e riacutizzazione della patologia con effetti di aggravamento della domanda ospedaliera.
In un Paese normale il sovraffollamento carcerario  si affronta costruendo nuove carceri e non espellendo il reo dalla detenzione per riammetterlo nella società.

By |2018-11-27T12:48:14+00:00novembre 27th, 2018|CENTRODESTRA, in evidenza|0 Comments

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