costituzione

– A cura di Francesco Severa – Quando si tenta, non senza una evidente forzatura, di accostare il concetto di coerenza alla Politica è utile certamente proporre prima delle necessarie avvertenze. In Politica la coerenza non è certo da testare su singole e contingenti questioni, che nel dibattito pubblico hanno spesso un ruolo affatto strumentale; essa al contrario può rappresentare una virtù politica solo ed esclusivamente nella misura in cui sia rapportata ad obiettivi di lungo periodo, che contribuiscono a definire la visione ed i più alti fini che ispirano l’impegno politico di uomini, comunità, partiti. Tale coerenza dei fini – l’unica che possa definirsi più propriamente politica – non è solo il mezzo più idoneo per fidelizzare un dato elettorato, ma rappresenta forse ancor di più l’unico elemento di chiarezza programmatica capace di rendere un movimento politico riconoscibile e, ancor più importante, distinguibile dagli altri. Ogni persona di buona volontà, quando si avvicina alla Politica, ha, prima di ogni altra cosa, il bisogno di riconoscersi in un modo specifico di concepire la realtà ed essere consapevole dunque di interpretare e prevedere le scelte del suo movimento in ragione dei fondamentali obiettivi comuni che con esso condivide. Il referendum costituzionale del quattro Dicembre pone tutto il centrodestra italiano, inteso come l’insieme di quei partiti e movimenti pur tra loro poco omogenei ma che si riconoscono come antitetici alla sinistra, davanti ad una profonda questione di coerenza nei riguardi del suo popolo. Quel popolo che per un ventennio si è riconosciuto in una certa idea di Italia ed in una certa idea di Politica. Il più grande contributo che Silvio Berlusconi ha dato a questo nostro paese non va tanto ricercato nell’attività dei suoi quattro pur longevi e produttivi governi, quanto più in una capacità tutta rivoluzionaria di deridere e sradicare miti e feticci, culturali ed ideologici, che oramai non rappresentavano altro che marcescenti prese di posizione sinistroidi e politicamente corrette. Tra questi, uno di quelli più duri a morire è certamente il dogma laico della “costituzione più bella del mondo”. L’idea che la nostra costituzione del quarantotto sia la più sublime, riuscita e completa elencazione di diritti mai realizzata; che essa tratteggi la forma di governo più equilibrata e funzionante che la storia ricordi; che al di fuori di essa non possa che prospettarsi per la nostra Italia un futuro di barbarie e totalitarismo. Una evidente mistificazione che non tiene conto di come al contrario la carta uscita fuori dall’assemblea costituente eletta il due Giugno del quarantasei sia prima di ogni altra cosa la rappresentazione plastica degli equilibri politici in quel momento esistenti al suo interno e della necessità di prevenire qualsiasi possibilità di un ritorno a forme autoritarie allora ancora vive nella memoria di tutti. Dunque una carta costituzionale che, soprattutto per quanto riguarda la gestione del potere, rispondeva, prima che a qualche illuminata visione, a precise necessità politiche di quel preciso momento storico. Ciò significa che diviene lecito chiedersi se quell’assetto di governo previsto dalla nostra attuale costituzione, così tanto improntato al compromesso permanente, ad un parlamentarismo eccessivo ovvero ad una cronica debolezza dell’esecutivo, sia adatto oggi ad una situazione sociale e politica così mutata sia nella nazione che nel mondo. Se in un contesto globale in cui le democrazie si trovano davanti al problema di prendere decisioni forti in tempi brevi, non diventi necessario mettere mano ai meccanismi della nostra forma di governo. E’ solo con il centrodestra negli anni Novanta che queste idee, che oggi ci sembrano alquanto scontate, riescono a squarciare il velo dell’egemonia culturale di sinistra ed a diventare degne di entrare nel dibattito politico. Il superamento del bicameralismo perfetto, la riforma del titolo V, finalizzata a definire in maniera chiara le competenze della stato e delle regioni – obiettivo mancato con la riforma del 2001 -, una maggiore incisività del governo nelle scelte legislative sono concetti che sono diventati nel tempo non solo accettabili, ma soprattutto condivisi, quando prima erano totalmente esclusi dal dibattito politico. Sarebbe forse da riflettere con maggiore attenzione sul fatto che il lascito del berlusconismo sia stato propriamente e soprattutto culturale. E questa riforma costituzionale, su cui stiamo per esprimerci, ne è forse la prova più significativa. Essa, pur se approvata in via definitiva da una maggioranza di centrosinistra, non solo è stata inizialmente pensata ed ideata con l’apporto fondamentale di Forza Italia, ma sembra quasi scientificamente improntata a toccare solo alcuni specifici temi sui quali, proprio in virtù di quel processo prima descritto, la discussione tra le forze politiche è ormai arrivata a valutazioni concordanti. Il fatto che quelli che erano i temi forti dell’offerta politica di centrodestra siano divenuti patrimonio comune della coscienza politica del paese è una vittoria da intestarsi e non da rinnegare.

I CONTENUTI DELLA RIFORMA

Valutiamo allora la riforma nei contenuti. Pur con il rischio di una eccessiva semplificazione, ma per facilità di analisi, si potrebbero distinguere due differenti questioni su cui si tenta di intervenire con questa legge costituzionale approvata in via definitiva dalla Camera il dodici aprile duemilasedici: da una parte il superamento del bicameralismo paritario; dall’altra la revisione del titolo V della parte seconda della costituzione, che tenta di rimediare ai tanti problemi nati dalla modifica del duemilauno. Riguardo la prima questione, l’estrema lentezza e macchinosità che la presenza di due camere con identiche funzioni impone oggi all’iter legis, comportando l’impossibilità del nostro sistema politico di dare risposte certe e rapide ai cittadini, rappresenta una grave deficienza per la nostra nazione in un mondo sempre più soggetto a cambiamenti repentini. La riforma risponde a tale problema differenziando i ruoli delle nostre due camere: da una parte la Camera dei Deputati diviene organo di indirizzo e fiduciario del governo; dall’altra il Senato diviene camera di rappresentanza delle autonomie locali e raccordo tra queste e lo Stato. Fin troppe voci nella dottrina giuridica dopo il duemilauno avevano fatto presente come l’assegnazione di potestà legislativa alle regioni dovesse avere la garanzia dell’esistenza di una camera di compensazione, che permettesse un dialogo diretto tra stato ed enti periferici: ecco perché è stata corretta la valutazione di mantenere nel sistema un Senato con determinate funzioni, piuttosto che eliminarlo del tutto. La sua stessa composizione, fatta di novantacinque tra consiglieri regionali e sindaci, con l’aggiunta di cinque senatori di nomina presidenziale, e le specifiche forme di partecipazione alla funzione legislativa in ragione della materia trattata, testimoniano un ruolo più da suggeritore che da protagonista; al centro della scena sarà al contrario, nel nuovo modello, la Camera. Anche se esiste una grande discussione sul numero esatto, il nuovo articolo 70 della costituzione descrive quattro procedure di approvazione legislativa: una funzione legislativa collettiva delle due camere che rimane per le leggi costituzionali ed in una serie di tipologie legislative legate alla generale regolamentazione dei rapporti tra Italia ed Unione Europea ovvero tra stato e regioni (nuovo art. 70, comma 1); una residuale competenza esclusiva della Camera, che approvato un testo di legge lo trasmetterà al Senato, che potrà discuterlo ove ne faccia richiesta entro dieci giorni e potrà approvare modifiche entro trenta giorni, sulle quali comunque soltanto la Camera potrà deliberare in maniera definitiva (nuovo art. 70 commi 2 e 3); due specifici itineres legis, comunque legati da un rapporto di specialità con quello dei commi 2 e 3 dello stesso articolo 70, che prevedono, per l’approvazione della legge di bilancio e delle leggi che intervengono su materie non di competenza statale secondo il meccanismo del nuovo articolo 117 comma 4, tempi contingentati per l’esame del Senato (nuovo art. 70 commi 4 e 5). Tale pluralità di procedimenti, a cui si aggiunge quello specifico definito per i decreti legge dal nuovo articolo 77, pur se, come da molti sottolineato, rischia di complicare il rapporto tra le due camere, soprattutto dal punto di vista della differenziazione dei procedimenti ratione materiae, definisce al contrario un sistema di tempi limitati e assai stretti, che riducono di molto, se non forse nella pratica corrente annulleranno, l’incisività del Senato nella vita legislativa del Parlamento. Venendo ora alla seconda questione, quando nel duemilauno, la riforma del centrosinistra, che si scoprì in quell’occasione federalista per attirare dalla sua parte il voto dei leghisti, ridefinì e aumentò la competenza legislativa delle regioni, si decise di modificare l’articolo 117 introducendo uno specifico elenco di materie per le quali può legiferare in via esclusiva lo stato; uno, lunghissimo, di materie, cosiddette concorrenti, su cui lo stato può dettare i principi fondamentali e le regioni le norme di attuazione; un piccolo comma in cui si affidano tutte le materie non direttamente previste dai due elenchi precedenti alla competenza esclusiva delle regioni. Tale assetto, ancora oggi in vigore, ha creato un’infinità di conflitti tra lo Stato centrale e le assemblee regionali in merito a quelle materie concorrenti, in quanto assai labile è il confine tra quelli che possono essere definiti principi fondamentali e quelle che possono essere definite norme di attuazione. La riforma attuale compie una scelta coraggiosa e inverte la rotta. Al nostro attuale maldestro regionalismo sostituisce un sistema fortemente ri-centralizzato. Spariscono dal 117 le materie concorrenti e diventano molto più corpose quelle di esclusiva competenza statale. Alle regioni rimangono tutte le materie non espressamente previste nell’elencazione di quelle statali. Una semplificazione assai necessaria, vista la mole di ricorsi presso la Corte Costituzionale dovuti proprio ai conflitti di attribuzione derivanti da supposte errate interpretazioni dell’attuale articolo 117. Si aggiunge infine un nuovo comma 4 all’articolo, che sancisce la possibilità per lo stato di aggirare i limiti di competenza prima esposti, legiferando in materie non di sua competenza, nel caso lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’inte­resse nazionale”. Un formidabile strumento per superare d’imperio le resistenze locali, troppe volte sperimentate dal nostro paese, contro grandi opere e progetti di interesse strategico nazionale. Sono certamente presenti all’interno della riforma anche elementi negativi e forse pericolosi: la possibilità ad esempio per la Corte Costituzionale, organo senza alcun tipo di ruolo rappresentativo, di effettuare un controllo ex ante sull’atto più politico che il Parlamento possa emanare, cioè la legge elettorale. Ma è assai difficile intravedere al suo interno meccanismi che consentano lo sviluppo di forme autoritarie. Basti solo valutare il fatto che tale riforma non tocca in nessun modo il sistema di governo e anche ove fosse posta in combinato disposto con la legge elettorale oggi vigente, bisogna essere in malafede per definire autoritaria la possibilità che per la prima volta dopo decenni il nostro paese abbia un governo monocolore. Da questa analisi certamente veloce ed incompleta, emerge però con chiarezza che le tematiche toccate da tale opera riformatrice sono poi assai poco ideologiche, ma certamente mosse dalla necessità di adeguare la nostra Italia alle esigenze più impellenti della realtà globale, superando alcuni scogli dottrinali ormai inattuali.

 LA COERENZA DEI FINI

Siamo davanti dunque ad un incontestabile dato di fatto. Questa riforma ha la paternità morale di Silvio Berlusconi e la sua genesi ideale è nel pensiero di quanti, negli anni Novanta, con Berlusconi coraggiosamente rivendicarono un’alternativa intellettuale, sociale, perfino antropologica, al dogmatismo culturale di una sinistra che, ormai guasta all’interno, provava a mostrarsi con abiti nuovi. Non può che nascere spontaneo allora il dubbio sul perché il centrodestra in questo paese abbia deciso di dimenticare la sua storia. Perché abbia deciso, rompendo il patto del Nazareno e schierandosi per il “No”, di lasciare il merito di questa grande svolta culturale del paese – una svolta anche politica, se passa la riforma – in mano a Renzi. Non convincono le tante motivazioni contingenti, che tentano di dare corpo ed anima ad un’opposizione alla riforma idealmente inconsistente, miope e votata al cupio dissolvi. Si dice che questa riforma non sia la migliore possibile e che bisogna cancellarla, così da poterne approvare una nuova e più vicina alle velleità presidenzialiste del centrodestra. C’è da chiedersi in che mondo vivano quanti sostengono questo, visto che è difficile negare che, passata questa occasione, nella migliore delle ipotesi ci vorranno altri dieci anni prima che si possa approvare una nuova revisione costituzionale – va a capire poi se in Parlamento avremo una maggioranza favorevole al presidenzialismo. Si dice che votare “no” sia necessario perché il giorno dopo il referendum Matteo Renzi si dimetta. Mettiamo anche che sia vero – cosa che andrebbe valutata alla prova dei fatti -, cosa otterremmo? La prospettiva migliore è quella di un governo di scopo per la modifica della legge elettorale, che dia al centrodestra il tempo di qualche mese per provare a mettere qualche toppa alla disastrata situazione in cui si trova ed affrontare, in maniera onorevole, le successive elezioni. La prospettiva peggiore è quella di elezioni anticipate immediate, che sancirebbero la definitiva distruzione di questa area politica. La verità è che il “No” del centrodestra italiano a questa riforma è un crimine contro la sua storia; di più, una deliberata negazione della sua funzione storica. Tutto questo in nome di un anti-renzismo vuoto; incapace di esprimere idee, valori, prospettive alternative. Sembra che si siano invertiti i ruoli e che il centrodestra si stia trasformando in quella sinistra anti-berlusconiana che tanto disprezzava. Non è un caso che in questa battaglia referendaria si trovi a combattere insieme a quei tanti giornalisti ed opinionisti da avanspettacolo che, orfani di Berlusconi, non hanno potuto riciclarsi altrimenti, se non mettendosi contro il potente di turno. Ecco, possiamo dire però che almeno loro sono rimasti coerenti con se stessi. La coerenza dei fini che manca alla classe dirigente di questo centrodestra, che però non si accorge di firmare così la sua definitiva rottamazione, votandosi ad un estremismo incosciente e perdente, incomprensibile per la maggior parte di quello che era il loro popolo. Ecco allora perché il mio “Sì” vuole essere un gesto di coerenza e insieme di protesta. Coerenza ed onestà verso la mia coscienza di uomo di destra. Protesta contro quanti, tradendo se stessi, stanno abbandonando un intero popolo ed una certa parte, consistente ed orgogliosa, di Italia.