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9 NOVEMBRE: QUEI NUOVI MURI DA ABBATTERE

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-a cura di Carlo Prosperi- Berlino, centro spirituale e materiale d’Europa. Se dalla Porta di Brandeburgo si prosegue verso la sede della Konrad Adenauer Stiftung, dove tutte le strade portano al Bundestag, a poche centinaia di metri un mosaico raffigurante Ronald Reagan con annessa citazione pronunciata il 7 Novembre 1987 di fronte la Porta -“If you seek peace, Mr. Gorbacev, TEAR DOWN THIS WALL!”- è seguito da un mausoleo funerario per i liberatori della Mitteleuropa, quei giovani ragazzi dell’Armata Rossa guidata dal Maresciallo Georgi Zukov, come se i destini del Vecchio Continente, da Lisbona a Vladivostok e da Reykjavik al Cairo, non finissero nella matematica finanziaria del Fiscal Compact. Oswald Spengler, nella sua fisiologia della Civiltà, ha dimostrato come le epoche raggiungano il loro zenit nella Kultur -l’espressione della bellezza, dove le più grandi arti sono praticate- e il loro nadir -la Zivilisation- nella loro degenerazione materialistica, geometrica, economica, tecnica. L’Europa non ha anima. E’ nella sua fase discendente. E’ progetto riuscito della postmodernità, della fine delle grandi narrazioni. Il carattere economicista delle prime forme di collaborazione -la Comunità Economica del Carbone dell’Acciaio, o CECA- è frutto delle idee illuministiche della preminenza della tecnica sulla sovranità e della linearità cumulativa della Storia. Seguendo il dettame del “economie d’abord, la politique suivant”, i costituenti misero in moto gli ingranaggi della condivisione delle materie prime più incandescenti a fini bellici e per lo sviluppo economico con l’intuizione che la graduale integrazione delle economie avrebbe portato in modo naturale l’unificazione politica. Alla prima riunione assembleare della CECA, Jean Monnet ammonì i presenti: “questa non è una riunione di produttori di carbone e acciaio: è l’inizio dell’Europa”. La natura intergovernativa dei trattati -nascente da un nucleo franco-tedesco, e da altre 4 nazioni fondatrici- di costituzione degli organi di cooperazione in settori specifici e globale -CECA, CEE, EURATOM, UE- fino alla Carta di Nizza ne hanno prodotto le opacità nei processi democratici. Un deficit insanabile, che nasce dalle stesse fondazioni di ciò che chiamiamo Unione Europea. Le criticità sono binarie: da una parte, le fondamenta tecnocratiche; dall’altra, l’impossibilità di cambiarle, vista la mancanza di incidere nei processi. Un circolo vizioso. Vaclal Klaus, Presidente ceco, con tremende parole: “noi che veniamo da mezzo secolo di socialismo reale, siamo particolarmente sensibili: a noi l’Unione ricorda il COMECON”. Il reame della postmodernità è de-politicizzato. La dicotomia amico/nemico, momento genetico della politica secondo Carl Schmitt, è persa, fuori dalla forma mentis delle classi dirigenti governanti. Nuovi Muri, quindi, vengono eretti. L’incapacità di distinguere fra ciò che è come noi, rispetto a ciò che non lo è, è malattia mortale della sopravvivenza dell’UE. Due grandi eventi hanno mostrato il deficit di senso di appartenenza: l’annessione della Crimea e la nascita dello Stato Islamico. Le interpretazioni della religione del Califfato –disumane e terrificanti nella loro applicazione- sono ben altra cosa rispetto il perseguimento del proprio interesse nazionale. Gli orizzonti valoriali, l’Europa, li ha ormai persi nei bizantinismi della carta stampata della legiferazione e del diritto ad avere diritti. La mancanza di identità ci rende malleabili. Mentre il Daesh massacra cristiani e minoranze, l’Unione pensa alle misure precise delle vongole. Per questo, guardiamo alla Russia impegnata nel contrasto al terrorismo come ad un male. Noi guardiamo a Venere, Mosca a Marte. L’idea di una grande Europa dall’Atlantico al Pacifico e dal Mare del Nord al Sahel è morta nelle sabbie dell’Iraq e nel porto di Sevastopol’. Helmut Kohl affidava ai giovani la missione storica di sanare le ferite del Muro. Quei giovani hanno assunto il ruolo di guida, ma quelle ferite le hanno riaperte, ancora più profonde, incapaci di percepire altro da sé. La ‘casa comune europea’ auspicata da Mikhail Gorbachev, strumento per sanare la frattura della Rivoluzione russa, deve essere ripreso dalle nuove generazioni. Noi, giovani europei, abbiamo già abbattuto dei muri, fatti di calce e sangue. Affinché si possa finalmente tornare ad avere un’anima,una capacità di competizione nei processi della globalizzazione bisogna guardare dalle spiagge calde portoghesi fino agli estremi della Siberia al dialogo, secondo il principio “Unirsi o perire!”.

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