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SE GRILLO VUOLE ENTRARE NELL’ALDE DI VERHOFSTADT

-di Luca Proietti Scorsoni- Messa così, a bocce ferme, il tutto appare come una trasposizione del concetto sociologico di liquidità sul piano politico. In sostanza è un po’ come se si fosse voluto fare un omaggio involontario e postumo al compianto Bauman. Certo, magari parlare semplicemente di incoerenza renderebbe ogni cosa maggiormente appettibile per qualsiasi palato, ma insomma. Allora, proviamo a riannodare i fili di questa filastrocca. Grillo, che agli inizi della sua carriera amava distruggere sul palco computer e affini, diviene un sincero fautore della mitica Rete: in pratica lui, che ha sempre attaccato il Cav, ne diviene un epigone sia nella capacità di fiutare i cambiamenti e i gusti dei consumatori che in quella di riempire successivamente i vuoti politici generati, in parte, dall’inerzia e dai fallimenti dei partiti storici. Ecco, uno così, uno che, tra l’altro (e scusate le continue ma necessarie digressioni manzoniane per inquadrare il soggetto in questione) parla di decrescita felice mentre si gode felicemente i lussi di resort di gran lunga più stellati del suo movimento, uno così insomma, volete che si faccia scrupoli nel passare da un gruppo parlamentare europeo ad un altro? E poi: ALDE. Sfido ciascuno di voi ad uscire di casa e a chiedere, ai primi passanti che incontrerete, cosa rappresenti e cosa significhi questo acronimo. Un trionfo di scene mute immagino possa essere l’esito più scontato. Ma non è tanto questo – o meglio: non solo questo – perché sotto tale insegna, arcana ai più e definitasi come liberale, alle ultime elezioni si era candidata anche Scelta Europea, ovvero una mini coalizione costituita dal movimento “Fare per Fermare il Declino” orfano di Giannino – e quindi parliamo di un liberismo nel pieno della sua fase crepuscolare -, da Scelta Civica al tempo capeggiata dalla Giannini e che liberista, possiamo dirlo, non è mai stata almeno che non si voglia affibbiare tale accezione anche ai “tassa e spendi” di montiana memoria, ed infine, pensate un po’, dal Centro Democratico, di fatto la quintessenza del democrestianesimo tatticista la cui unica region d’essere coincide con l’esistere fine a se stesso. Ripeto per meglio assimilare il nome della realtà partitica lillipuziana: Centro Democratico. In pratica, alla pari di altre creature quali l’Alleanza di Centro, è una di quelle confezioni politiche monoposto che, nonostante la loro esiguità sia elettorale che di organigramma, quando ne parla, il proprio leader adopera sempre il plurale che, per carità di patria, auspichiamo sia rigorosamente “maiestatis”. Del resto nulla viene per caso: l’acronimo (la politica è fatta di acronimi!) di Centro Democratico è lo stesso di Compact Disc. E nel nostro caso di Compact c’è molto mentre il Disc è sempre lo stesso (e pure rotto). Ergo, in conclusione l’unione con Grillo non sarebbe mica stata un precedente: il precedente concretamente c’era già e pure variegato. E quindi in un vortice di personaggi, partiti e azioni tale per cui verrebbe da concludere con un frase tipo “che al mercato mio padre comprò”, tanta è l’assonanza con il famoso rompicapo musicale di Branduardi, non riesco a sorprendermi delle virate ortottere. Qui le strategie ideali e programmatiche non c’entrano: quel che conta è il peso politico che si sarebbe voluto assumere nei consessi realmente importanti e, soprattutto, la possibilità di oliare bene i meccanismi di finanziamento del movimento pentastellato. Altri slanci valoriali, francamente, non ne vedo.

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