A cura di Francesco Severa – In questa diciassettesima legislatura, sfortunata non solo per numerico destino, abbiamo provato in ogni modo a rifondare questo Paese, prima richiamando un aristocratico comunista pronto alla pensione a reggere la baracca dall’alto del Quirinale, poi con un pletorico governo Letta in cui tutti c’erano ma nessuno era responsabile di ciò che il governo faceva, infine con l’uomo-solo-al-comando, Matteo Renzi, che è riuscito nella formidabile impresa di farsi bocciare una riforma costituzionale, ragionevole e necessaria, dal sessanta per cento degli italiani. Sarà allora che c’è qualcosa di istintivo nel bisogno di certezze e persuasioni che coglie l’uomo nei momenti più difficili. Sta di fatto che in questi anni di profonda crisi la nostra Politica ha totalmente abbandonato il suo compito di guida e direttrice visionaria, coltivando una viltà senza precedenti. Adesso poi, quando il crepuscolo delle elezioni sembra scendere su Montecitorio, in fretta ed in silenzio si riparte dalla legge elettorale. “Proporzionale” è il grido di battaglia. Visto che non si sa chi potrà vincere, inventiamoci un modo per non far vincere nessuno, pur assicurandoci che al tavolo ci siano tutti. Proporzionali’s karma verrebbe da dire. Eppure ci sono delle osservazioni da fare su questo nuovo sistema elettorale oggi in discussione alla Camera.

Innanzitutto la soluzione proporzionale, che tende a favorire la rappresentanza più ampia delle forze politiche e a sfavorire dunque la stabilità di governo, non è da imputare totalmente ai partiti. Ben noti sicari hanno inferto il colpo mortale ad una soluzione maggioritaria per l’Italia. Il coltello grondante di sangue lo ha ancora in mano, dopo la sentenza sull’Italicum, la Corte costituzionale, sul cui sindacato in materia elettorale si potrebbero sollevare non pochi dubbi, sia in merito al rispetto del principio di incidentalità, sia riguardo la non piccola dose di kelsenismo che sembra ispirare le sue decisioni sull’argomento. Il secondo omicida è lo stesso popolo italiano, che avendo scelto, pur di mandare via Renzi, di rifiutare il tentativo ventennale di svecchiare e rendere più stabile un sistema costituzionale paludoso come il nostro, oggi non può che tenersi sia Renzi che la palude, più viva che mai con il proporzionale.

In secondo luogo, non è da sottovalutare il fatto che, a questo modello proporzionale che si propone, è stato apportato un correttivo significativo: la soglia del 5%, necessaria per ottenere rappresentanza in Parlamento. Strumento positivo e potente, in quanto permetterà una fortissima semplificazione del quadro politico nazionale, come non si vedeva da decenni: solo “i fantastici quattro” – PD, FI, M5S e Lega – avranno posto sugli scranni di Camera e Senato, stando ai sondaggi. Strumento poi questo che comporta, nel caso i partiti a rimanere sotto la soglia fossero molti, una forte distorsione tra voti ricevuti e seggi: potenzialmente – cosa che in pochi considerano – ad un partito che ricevesse il 40% dei voti sarebbe possibile ottenere il 50% dei seggi se le forze politiche a rimanere sotto soglia incidessero sull’elettorato per il 20%.

L’ultima notazione è politica. Le larghe intese a cui questa legge necessariamente condurrà, non solo sono state annunciate da due grandi partiti tradizionalmente antitetici come PD e Forza Italia, ma sembrano essere espressione di una specifica e pensata visione politica, di un ben congegnato programma per il Paese. Mai come oggi è vero il fatto che non sono le leggi elettorali a creare i sistemi politici e partitici, ma sono esse ad essere strumento per le forze politiche, attraverso cui costruire soluzioni di governo. Questa legge elettorale testimonia il profondo mutamento che stiamo vivendo e che porterà a ripensare il bipolarismo, non più in chiave destra/sinistra, ma secondo una nuova dicotomia construens/destruens, la cui fisionomia è ancora tutta da indagare.